domenica 17 giugno 2012

Sono orfano del trono di spade.


Sono orfano del Trono di spade. 





O Game of Thrones, come dicono quelli che hanno letto la saga di George R.R. Martin, che ha il pregio, rispetto alla realizzazione televisiva, di dettagliare di più – per ovvia prerogativa del mezzo letterario - la ragnatela di relazioni regolari, irregolari, uterine, illegittime, viscerali che si snodano tra le decine di personaggi della serie. Perché diciamocelo:  il Trono di Spade non si fa mancare nulla. 


C’è il re ragazzino folle e maniaco, che sembra modellato a memoria su Mordred, figlio incestuoso di Artù, concepito dal re di Avalon assieme alla sorella Morgana. 





E già che ci siamo,  l’incesto tra Morgana ed Artù è replicato in un gioco di specchi nella relazione torbida tra Cersei Lannister e il fratello gemello Jaime. 




C’è la grande Madre della vendetta Daenerys Targaryen, che ha i tratti esili ed ossigenati di Emilia Clarke,data in pasto per motivi dinastici al gigantesco barbaro Khal Drogo, signore del selvaggio popolo dei dothraki, la cui storia echeggia quella di tante principesse della mitologia greca e latina, sacrificate alla ragione di stato, c’è un re in pectore, Robb Stark, anche lui un po’ Lancillotto un po’ Artù, e c’è il figlio illegittimo dall’occhio triste,Jon Snow, senza diritti di sangue e di nascita, che è un po’ Parsifal, un po’ Frodo. 


Uomo chiamato suo malgrado, uomo baciato dal destino dal principio dei tempi: lo si capisce appena entra in scena. Tanto è vero che – è notizia recente – Kit Harington,l’attore che interpreta Jon Snow, sarà il prossimo Artù prodotto dalla Warner Bros per il grande schermo.

E gli esempi potrebbero continuare, ma ci romperemmo le scatole tutti, in primis io, a scrivere e ostentare conoscenze di mitemi e frequentazione giovanile della cultura classica.
Ma, suppongo, anche lo sfortunato lettore potrebbe non sopravvivere a tanta ostentazione di cultura.
Venendo a bomba, il senso di questa prolusione è che nella grande saga di George Martin tutti assomigliano un po’ a qualcun altro nella storia della letteratura fantasy o cavalleresca, ma questo in fondo non è un difetto, perché è prerogativa catartica e liturgica proprio del fantasy, replicare i caratteri e iconizzarli in una sorta di Pantheon laico.
Definizione paradossale, dal momento che stiamo trattando di mondi in cui abbondano sacerdoti, maghi, sortilegi e antiche profezie. Ma pensateci un attimo, mica poi così peregrina.



Quel che mi rende orfano di Game of thrones è però altro. Probabilmente lo stesso motivo che mi rende orfano di Walking dead e che mi fa settare il mio counter interno su Ottobre, quando arriverà in Italia la terza stagione di ambedue le serie.
Io ho una sola considerazione da fare, e non sono neppure sicuro che non l’abbia già fatta qualcuno. Ambedue le serie fanno sospirare di nostalgia lo sceneggiatore nostrano perché nessuno, e dico nessuno, neppure il protagonista (facile da identificare in Walking dead, molto meno in Game), neppure quello o quella per cui tifano tutti è completamente BUONO.
E ancor di più, in Game of thrones spesso i buoni perdono. E muoiono pure. Come nella vita.
Eddard Stark, il protagonista della prima serie, il buono, se vogliamo applicare ad un personaggio con parecchi chiaroscuri l’etichetta di buono – facciamo così, non il buono, ma quello che lotta contro il cattivo – viene ingiustamente accusato dal re ragazzino, lo spregevole Joffrey Lannister, di tradimento.




Il bellissimo cliffhanger (letteralmente “appeso su un precipizio”, fantastica definizione americana della chiusura di serie) della prima serie vede Stark inginocchiarsi davanti al boia che brandisce l’ascia con la quale deve decapitarlo. 
Noi pubblico sappiamo che in molti si sono dati da fare, nel gioco d’intrighi che intesse tutta la storia, per avere la grazia del re. 
Lo salverà? Non lo salverà? 
Logica dice che, dato che Eddard Stark è il protagonista, all’ultimo momento, come abbiamo visto accadere milioni di volte, qualcuno, qualcosa, o solo un ripensamento del re, lo consegneranno indenne ai producer di serie e serie a venire.
E invece, l’ascia cala con violenza e schizzi di sangue sul collo del povero Stark, e tanti saluti.

Evvivaddio, urla dentro di sé lo sceneggiatore, da anni costretto a fare i conti con “se sporchiamo il personaggio la gente potrebbe rifiutarlo…” martirizzato da lustri di happy end a tutti i costi, di sorelle segrete che ritornano al momento giusto per indirizzare la storia verso il bene, di deus ex machina che calano dal cielo per elargire ricomposizioni familiari, di premi esistenziali all’impegno o alla determinazione, di donne che capiscono di aver sempre amato il protagonista nel corso di uno sbrigativo dialogo di solito piazzato a due scene dal termine, di progetti che vanno in porto per inattesi colpi di scena…
Intendiamoci, nulla contro il finale tranquillizzante, nulla da obbiettare sul fatto che la promessa di felicità fatta al pubblico debba essere mantenuta.

Ma, azzardo, forse non deve essere mantenuta sempre. Forse al pubblico, che è molto meno addormentato di quanto spesso si creda, piace, qualche volta, per sbaglio, essere sorpreso da un avvenimento inaspettato – perché così simile alla vita, in cui i buoni spesso perdono, in cui i sogni molto spesso non si realizzano, in cui le cose altrettanto spesso vanno a finire male… non “vanno male”, questo succede anche nella fiction italiana. Vanno a finire, male.
Che è molto diverso.

E ancora, capiamoci. A nessuno piacciono le storie che finiscono con le pive nel sacco. Ma forse qualche volta paga di più il realismo, paga di più – e per una ironia del destino stiamo parlando di un fantasy - la vicinanza ai sapori della vita. O anche, una volta ogni tanto, abbandonare vecchi, e spesso consunti cliché, che ancora per la maggior parte imperano nei prodotti televisivi.
Il protagonista deve essere buono.
Il protagonista deve combattere per un ideale.
Il protagonista non deve avere ombre morali.
Il protagonista deve essere bello.
Il protagonista deve combattere per realizzare i suoi sogni.
Giusto.
Alla fine della seconda serie, il protagonista di Game of Thrones che il pubblico segue con maggior trasporto è Tyrion Lannister, magistralmente interpretato da Peter Dinklage. 


Tyrion è soprannominato il folletto. E’ un’intelligenza affilata, un tessitore di piani vincenti inzuppato in un disincantato cinismo, non ha sogni, perché ha capito che i sogni sono una debolezza. Alla fine della seconda serie vince con un piano geniale una battaglia decisiva, ma nessuno gli riconosce il merito. E’ brutto. E’ sfregiato, ed è nano.
Ok, così non vale. Forse è troppo, perfino per gli innovatori. Perché la grande abilità degli sceneggiatori americani – oltre, io credo, al minor numero di lacci e lacciuoli con cui possono esprimersi e ai mezzi indubbiamente soverchianti rispetto ai nostri – è saper sistematicamente coniugare le tecniche tradizionali e i meccanismi narrativi ampiamente acquisiti con le trovate innovative o addirittura iconoclaste. Ma mai e poi mai si privano di un meccanismo che funziona – quando funziona. Perchè i produttori americani saranno anche un po' ossessionati dal dio profitto e dai numeri ma non sono fessi. E se una cosa piace, non la mollano.

E allora, guardiamo meglio.
L’ultima scena della serie non è per Tyrion Lannister, il nano dall’irresistibile e caustica ironia cinica.
L’ultima scena ci porta nel profondo Nord, oltre una gigantesca Barriera costruita, millenni prima, per tenere fuori qualcosa. E’ là che Jon Snow, bastardo di casa Stark, è andato a votare la sua vita ai Guardiani della Notte, che su quella barriera combattono da sempre contro qualcosa di oscuro, di minaccioso, di Altro.
E’ bello, Jon Snow. E’ triste. E’ buono, è pieno di sogni, e combatte per la salvezza della sua terra.


Ecco. Adesso i conti tornano. Ci vediamo ad Ottobre, Trono di Spade.