domenica 22 luglio 2012

L'ultimo ceffone di Bagnasco

L'ultima volta che l'ho visto mi ha dato un ceffone.
E ora che ci penso, anche quella prima. 
Il fatto è che probabilmente gli riusciva difficile separare l'immagine attuale da quella del ragazzino massimalista col nagra a tracolla che faceva una rubrichetta di mezz'ora su Rai 3 Liguria, ed era convinto che stava cambiando il mondo.
E mica solo quello della radio, della tv, del cinema e della cultura.
Proprio il mondo intero. La civiltà occidentale e quel che stava oltre la Cortina, che allora c'era ancora. Antico difetto di movimentista e di intellettuale, era, la convinzione di una superiorità culturale e morale, che finalmente scendeva in campo. "Scansatevi, ora ci pensiamo noi."
Per fortuna, però, avevo anche imparato altrove il senso del seguire chi ne sa di più, dell'imparare da chi ha da insegnare, e, quindi, dell'accettare i maestri. 
E di vivere il presente per quel che il presente significava. E in quel momento, lo diceva la vita, il mio maestro era lui, poco da recriminare.
Mi incuteva soggezione, e ora che ci penso, non ha mai smesso di incutermela.
Anni dopo, mentre registravo "Chiedi chi erano i Beatles" la mia sghemba e personalissima storia del Rock che ho realizzato per Rai Educational, mi venne in mente di intervistarlo, in quanto era un'autorità in materia di cantautori genovesi, ma in generale di cultura pop italiana, che, negli anni sessanta settanta, a differenza di oggi, confinava allegramente con la cultura alta, e vi dialogava proficuamente.
Probabilmente, al di là del suo indubbio valore, giocava un ruolo anche il volergli dimostrare che ero riuscito a combinare qualcosa, ed intervistarlo mi avrebbe posto, nella mia testa, su un piano di quasi parità.
Ci misi quasi una settimana per trovare il coraggio.
Sì. Perchè io di Arnaldo ho sempre avuto paura. 
Non tanto delle sue mitiche cazziate, con strilli che si sentivano dal fondo del corridoio. A quelle ero rassegnato, infarcito com'ero della cultura della gavetta e dei maestri che ti forgiano menandoti. 
No. Mi terrorizzava la sua ironia. 
Una ironia placida, cotonata, blanda come un ritmo di samba, se è vero - come è vero, stavolta ci sta bene... - che i brasiliani altro non sono che genovesi abbronzati.
Mi mettevano i brividi, quelle sue battute fulminanti in cadenza genovese, lente e altalenanti, che mi toglievano la pelle. Andavo da lui con la pizza della mia trasmissione settimanale. Entravo in ufficio già curvo, alla Fantozzi. Mi mettevo a sedere e immediatamente, istintivamente, incassavo le spalle.
Lui ascoltava, in silenzio. Mano a reggere il mento. Di tanto in tanto dita passate sui capelli a ravviare le rade chiome. Il massimo del riscontro, qualche rara volta, un dito puntato e oscillato verso di me, con un'ombra di sorriso, alla Robert de Niro: "Tu-sei-bravo." 
Però lui la battuta non la diceva. E quel dito ondeggiante me lo dovevo far bastare per una settimana. Alla fine, prendevo la mia pizza e la portavo alla messa in onda, sospirando di sollievo. Se c'era di che sospirare, e non era sempre.
Quando andai via da Genova, prima per il militare, poi per Roma, la tv, il futuro, trovai il coraggio di chiedergli, balbettando, se mi poteva "dare una mano", secondo il classico stile italico, che mio malgrado avevo imparato, quello del "Dì che ti mando io.", del "Ti presento un amico".
Mi rispose che non si chiedono queste cose ad un comunista trinariciuto. E soprattutto che non si chiedono, dopo avere fatto la parte di quello che vuole cambiare il mondo per un anno, tanto avevamo lavorato assieme.
Così. Dritto per dritto.
Ora, negli anni ho scoperto che c'è gente che certe cose le chiede, eccome. 
Ai comunisti trinariciuti, ai socialisti, ai radicali, ai terza-forzisti, ai moderati ed ai fascisti.
Ma ho conosciuto anche gente che come lui era capace di scandalizzarsi, in ogni schieramento.
Arnaldo era questo. Una specie di orco bonario inflessibile sui principi e settario fino all'intolleranza. Ma alla fine, ha fatto da maestro ad uno che era il suo contrario, che non aveva mai amato il dogma, che non amava le nomenclature e le discipline di partito.
Ma l'ha fatto, e mi ha richiamato alla coerenza non al suo ideale, ma al mio.
Lo racconto, perché credo che delle tante cose che mi ha insegnato, quella sia stata la cosa più importante. 
Mi vergognai un sacco della sua risposta.
Se ne dovette accorgere, perché aggiunse che comunque non ne avevo bisogno, di presentazioni. Che me la sarei cavata. E mi ammollò, a mò di congedo, un ceffone a piena mano. Non era il primo, e non sarebbe stato l'ultimo, di una lunga serie.
Devo dirgli grazie perchè quella volta lì ho imparato la differenza tra pratica e grammatica.
E tra chiacchiere ed etica. O forse quella volta lì mi è stato mostrato che non ero immune ai vizi italici, anche se sussiegosamente, da intellettuale neolaureato, ne ero convinto.
Anni dopo, al telefono, mentre cercavo di invitarlo a "Chiedi chi erano i Beatles" pensavo a quanto mi avesse messo in soggezione allora. E mi resi conto, quando rispose, che di soggezione ne avevo altrettanta oggi.
Accettò e si presentò in studio per l'intervista. 
Non ricordo i particolari, ricordo che liquidò con sarcasmo Johnny Rotten che parodiava Frank Sinatra in New York New York. "Probabilmente i Sex Pistols hanno dato un colpo al mito Sinatra. Ma non so quanto possa durare il mito Sex Pistols...".
Lo fece con quella cadenza caraibica che ha sempre, alle mie orecchie, la lingua di Genova. Una cadenza da cui non ti puoi aspettare simili stilettate. Ma invece.
Quando gli chiesi della scuola genovese (a lui, che la vide nascere assieme a Tenco, Paoli, De Andrè, Lauzi, Reverberi, e che anni dopo dedicò a Gino Paoli un libro fondamentale...) pensai di avere colpito nel segno. 
Gli chiesi se poteva tratteggiare il senso di quell'amicizia che aveva cambiato la musica italiana, se aveva un fatto di giovinezza e di spensieratezza da raccontare, a contraddire l'aspetto pensoso ed esistenzialista con cui si addobbavano in quella fine di anni '50, loro, i membri della cosiddetta scuola genovese.
Credo cercassi anche, coscientemente, la sua commozione. E lui lo capì, rifilandomi, col sorriso, l'ultimo schiaffo di quella serie ventennale. Per fortuna non eravamo in diretta. Eravamo solo io, lui, il cameraman, il fonico e un'altra decina di persone. Restò tra noi.
"Vuoi la lacrimuccia eh? Non l'avrai."
Non da lui, infatti.
Ci pensò su, e mi raccontò l'aneddoto del giovane Tenco che attraversava il tunnel dei rapidi tra Genova Principe e Genova Brignole per tornare a casa, dopo avere suonato il Jazz al porto.
Anni dopo, quell'aneddoto è diventato un lavoro teatrale, "Dunque lei ha conosciuto Tenco?", con premi, soddisfazioni, emozioni, annessi e connessi.
Ma quel giorno mi raccontava semplicemente di quella notte di tempesta, e gli occhi gli brillavano.
I suoi. 
Io lo seguivo incantato, e lo invidiavo, perchè quella sera non c'ero.
Ma in fondo, gli ero grato, perchè adesso era come se ci fossi stato.
Grazie anche per questo, Arnaldo.





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