martedì 16 ottobre 2012

Difendersi dai vivi. Fenomenologia di "The walking dead"



“Non siamo più in democrazia.”




Dice Rick Grimes – protagonista della serie ormai culto The walking dead - in chiusura della seconda stagione, meno di sei mesi fa.
E per quanto mi riguarda, in quella frase c’è tutto l’appeal per cui The walking dead ha sostituito “Lost” nel mio cuore.




Prima di Lost c’era Twin Peaks, e c’è rimasta a lungo, con accenni sospirosi di nostalgia senile. Poi per fortuna le ultime annate televisive mi hanno aiutato a spazzarla via e ad amare il capolavoro di David Linch, la storia dei picchi gemelli e di chi ha ucciso Laura Palmer da lontano, come si amano le antichità. Come la Nike di Samotracia o la Gioconda. Con distacco.
E ora, tra le mie preferite, c’è The walking dead.
Un piccolo riassunto ad uso esclusivo di chi non sa, non ha voglia, non conosce, non ha Sky e non vede le serie in streaming.
Oppure semplicemente per quelli a cui basta, a saziare il desiderio di fiction, la visione delle Tre rose di qualcuno, mi pare Eva, non so.
Beh, in quel caso che dire. Buona fortuna.



The walking dead è ambientato oggi, o meglio in un oggi discronico e in un’America plausibile in cui un’epidemia improvvisa e virulenta trasforma le persone in barcollanti cannibali dall’aspetto ributtante, epidemia di origine non meglio specificata per ora (ma vuoi vedere che si scopre che c’è dietro la CIA e le ricerche sulle armi batteriologiche, per non dire la ineffabile UMBRELLA di Resident Evil?). 

Ma fatto sta: il virus ha infettato la popolazione terrestre e travolto il mondo come lo conoscevamo:

“It’s the end of the world as we know it…”





Gli esseri umani sono una sparuta minoranza, e il mondo è in balia di orde di Zombies come da intuizione felicissima di George Romero in pieni anni ’70:


“Quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla terra.”

Gli zombie di The walking dead, come quelli di Romero, si muovono in branco senza senso e direzione, distruggendo e divorando quel che trovano sul loro cammino, o meglio divorando i vivi e trasformandoli a loro volta in zombie, in una evidente metafora della civiltà di massa.
E di fronte al panorama di un pugnetto di esseri umani di una volta, spauriti e senza progetto, assediati da un’orda di zombies decerebrati (attenzione, non sto forzando per avere argomenti a favore della tesi: sono proprio decerebrati. Una puntata della serie ci ha spiegato che alla morte cerebrale segue un risveglio delle funzioni primarie del sistema nervoso simpatico e dell’ipotalamo e stop…), di fronte a questo ribaltamento delle prospettive in cui le persone senzienti sono la minoranza e i pecoroni senza cervello la massa (ma quale ribaltamento, ora che ci penso?), Rick Grimes, ad un certo punto, dice quel che ognuno di noi - o forse qualcuno, di noi -pensa da tempo, e non ha mai avuto il coraggio di dire a voce alta:
“Non siamo più in democrazia.”

Rick Grimes lo dice in chiusura dell’ultima puntata della seconda stagione, mentre all’orizzonte si affaccia una ipotesi di futuro, la prospettiva in cui si svolgerà la stagione successiva – prospettiva che evito di nominare per non rendermi colpevole di spoiler, che è il peccato mortale del nostro secolo. Io mi limito a riprodurre la locandina della terza stagione e a starmene zitto sugli sviluppi.



Sì, perchè lo spoiler, tra gli appassionati di fiction televisiva è più grave del vilipendio alla religione (mussulmana, ovviamente, l’unica che si autotutela bruciando ambasciate ed emettendo fatwa. Le altre invece no.).
In ogni caso, intorno al fuoco coi suoi compagni, dopo l’ennesimo scampato pericolo, ormai unico leader di una risicata squadra di sopravvissuti, Rick, spara quella frase,
“Non siamo più in democrazia.”
…e in quella frase lo sceneggiatore e il cultore di fiction che coabitano in me riconoscono la mano illuminata del dio di quell’universo: lo scrittore, il dio creatore che si è lasciato sfuggire attraverso il suo personaggio una delle sillabe innominabili del suo nome, uno dei suoi segreti inconfessabili, uno dei semi dai quali è germogliato tutto – montalianamente, l’anello che non tiene che ci auguriamo un giorno di veder apparire.
“Non siamo più in democrazia.”
Ha detto Rick. Ed ha detto quel che i suoi sceneggiatori pensano da sempre. Fin dalla prima inquadratura della prima stagione. Fin dal concept, oserei dire.
Ora.
Combatto contro la tentazione di intavolare facili parallelismi sul potere delle banche, sul club Bilderberg e sugli inciuci della casta,  perché sarebbe troppo facile e cheap, troppo condivisibile e bipartisan, e – quindi - rischierebbe di essere anche un parallelismo troppo popolare: democratico, appunto. E forse rischierebbe di avere perfino successo, perché ormai ciò che cheap è comprensibile, uguale al pensiero unico dominante, e dato che ogni simile ama il suo simile, ciò che è comprensibile è popolare ha successo.
Ma che volete farci. Ho la vocazione per le posizioni ostinate e contrarie.



Qualche giorno fa Massimo Fini, ha pubblicato sul suo blog un interessante commento sulla crisi, anzi, sul fallimento della democrazia.
Seguo Fini sempre con avida e appuntita attenzione perché mi pare una delle poche menti lucide e pensanti di questo desolante panorama che è il mondo della cultura italiana (sedicente ed autoproclamata, nel migliore dei casi, nata nelle scuole di partito, o peggio ancora attorno ai ciclostile e alle linotype, oppure rivestita come un blazer dai cialtroni del partito azienda, che fanno a botte col congiuntivo e pensano che un’anafora sia una malattia della pelle).
Beh, Fini no. Pensa e – quindi - sa sempre dire qualcosa di intelligente e di stimolante.
E ‘sticazzi  se qualcuno avrà ancora la supponente faccia tosta di bollarlo perché è di destra, perché è fascista, e via ostracizzando a priori, secondo un rituale che abbiamo sperimentato anche troppe volte, con tutti gli ammennicoli post sessantottini che conosciamo fin troppo bene… Senza peli sulla lingua, e senza considerazioni di opportunismo di parte, Massimo Fini è stato uno dei pochi intellettuali di destra a schierarsi fin dall’inizio apertamente, e senza esitazioni, contro Berlusconi.
A non cedere cioè al ricatto al quale a destra hanno ceduto tutti, prima o poi: ingoiamo il nano e tutte le sue ballerine, pur di buttar fuori i rossi dalla stanza dei bottoni. Non è andata così, lo abbiamo visto tutti.
Ma questa è – in parte – un’altra storia. Solo in parte.

Riproduco uno stralcio dell’intervento di Massimo Fini sul suo blog e prometto che tornerò immediatamente dopo a The walking dead per spiegare cosa c’entra tutto questo, con gli zombies. Anche se credo che il lettore attento abbia già scorto il bandolo della matassa e un’idea ce l’abbia già.

“Dopo la caduta del mondo feudale la dottrina liberal-democratica nasce dalla testa di alcuni pensatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis De Tocqueville) che volevano valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell’individuo singolo, finalmente liberato dalle rigide divisioni di casta (nobili, ecclesiastici, Terzo Stato). Nei fatti, storicamente, la democrazia ha realizzato l’opposto, si è rivelata un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, di aristocrazie mascherate, di lobbies che schiacciano l’individuo che non si piega a questi umilianti infeudamenti. “

E, aggiungerei io (col sospetto che Fini possa condividere questa mia convinzione) la democrazia ha dimostrato che per sostenere le lobbies basta manipolare la pubblica opinione e  ci vuole poco a dirigere le masse e irreggimentarle in un voto plebiscitario e bulgaro: basta qualche promessa populista, un paio di spot azzeccati, un sorriso piacione da omino di burro e una corposa squadra di mezzi personaggi di avanspettacolo trasformati in anchor man, o peggio ancora una squadra di escort camuffate da donne in politica, per riuscirci.
Che ce vo. Domani lo faccio pur io. Ah no. Non ho i soldi della liquidazione di papà.
Negli ultimi vent’anni, in perfetta sintonia col Piano per la Rinascita Democratica della P2 sono bastati un pugno di programmi stile tabloid (o peggio in stile rotocalco, di quelli che a volte si scorrono dalla parrucchiera e che forniscono ad un esercito di vecchiette una cosa che non solo surroga alla cultura, ma anzi che le convince di potere con la cultura competere solo sulla base di conoscenze imparaticce e nozionistiche sulle vicende matrimoniali e sessuali di questo e di quello) per manipolare e orientare le coscienze.

E poi, con quell’apparato di luoghi comuni, di bon ton o di buonismo tout court, si può andare all’assalto del Palazzo d’Inverno, seguiti da un esercito – di votanti, non ce ne scordiamo mai… - che si armano e partono senza mollare di mano il telecomando, al solo fine di sostenere la libertà di fare i fatti propri e per questo crocifiggere i giudici complottardi, il tutto senza sollevarsi dalla poltrona di sala (poltrona auto sollevante acquistata, naturalmente, ad una televendita Mediaset.)
Che c’entra? C’entra.
Non dico, sarebbe troppo onore –  o disonore, vedete voi, ma prima di decidere pensate alla faccia di certi figuri sparata sulle tv europee e americane in rappresentanza dell’Italia – che The Walking dead alluda alla situazione italiana, al berlusconismo o al Direttorio delle Banche.
Dico però che The Walking dead simboleggia, senza mezzi termini, la crisi della democrazia, io credo prima americana e poi mondiale, che in Italia stiamo vivendo in modo eclatante, con la solita platealità mediterranea capace di produrre operetta e tragedia, tanto è vero che ha prodotto Fiorito e Dell’Urti.
Di questo parla Walking dead, tanto che nell’ultima puntata della seconda serie gli sceneggiatori lo fanno dire esplicitamente al protagonista, Rick:
“Non siamo più in democrazia.”



Rick, uomo d’ordine e di etica, e di sani valori americani, dice questa cosa che suona come una sentenza ad un sistema.
Non un disadattato o un Rambo qualsiasi dei tanti che popolano la provincia degli USA e che costituiscono l’elettorato preferenziale dei repubblicani, il bacino da cui attinge qualsiasi Bush si svegli con la voglia di inoculare democrazia al mondo.


No, lo dice il personaggio della serie più amato dal pubblico, Rick Grimes, e che confesso anche io preferisco, perché dietro questa facciata da uomo del New Deal, di Mickey Mouse trasportato nel futuro post catastrofico, è amletico, combattuto, pieno di dubbi, per nulla un eroe senza macchia e senza paura ma al contrario pieno di meschinità, piccolo, a volte insopportabile, di fronte al quale l’antagonista, Shane, riesce addirittura ad avere spesso accenni di gigantismo titanico e di grandiosa auto distruttività, a partire da quel rituale taglio dei capelli a zero con la macchinetta che a me ha ricordato il taglio di De Niro in Taxi Driver di Martin Scorsese o la preparazione alla morte del Soldato Palla di Lardo il “Full Metal Jacket” di un altro mito, Stanley Kubrick.

E obbiettare che siamo in una realtà discronica, che quello non è il nostro mondo ma un altro dove possibile e alternativo, probabilmente non basta neppure a chi fa l’obbiezione.

L’intuizione, lo dicevamo, è di George Romero, ma è totalmente condivisibile. Il grande regista underground americano, che tutti quelli della mia generazione hanno amato per i suoi horror pieni di sottintesi sociali, nel secondo capitolo di Zombie ci descrive i morti viventi che affollano un supermercato e continuano a fare quel che facevano da vivi: riempire carrelli, guardare incantati le tv che trasmettono spot e commercials, lo sguardo perso nel vuoto e latitante da qualsiasi forma di pensiero associativo, e, se gli fosse permesso, andare a votare.
Visione estrema? Ditelo a Romero, relata refero.

Sentite Fini:
Peraltro quella della democrazia è una questione di secondo grado. La democrazia è un sistema di regole e di procedure, non un valore in sè. È un sacco vuoto che va riempito di contenuti. In due secoli e mezzo il sacco si è riempito solo di valori quantitativi e materialistici e la democrazia è diventata semplicemente l’involucro legittimante di un modello di sviluppo economico "paranoico" perchè si basa sulle crescite infinite che esistono in matematica, non in natura. 

Ed ecco che, nel nostro mondo parallelo invaso dagli zombie che non votano, Rick a differenza degli altri suoi compagni di sventura, si pone la domanda “Che fare?” in modo problematico e dialettico. Si domanda dove sia il limite oltre il quale non è legittimo difendere la propria comunità. Uccidere gli zombie, d’accordo. Ma figurati, li uccidiamo perfino nei videogiochi da decenni. Non si pone il problema: bang bang, e via così, in un tripudio di teste spappolate e di materia cerebrale che si sparpaglia ovunque. Uccidere gli zombie non è un problema etico che si ponga. Bang Bang.
E qui anche noi siamo tentati di dagli ragione, fuor di metafora.

Poi alla nostra carovana di sopravvissuti succedono due cose: in primo luogo il gruppetto protagonista della serie viene ospitato in una fattoria di proprietà di Hershel Greene, un veterinario sopravvissuto all'apocalisse zombie che vive con i suoi figli, con Otis, un grassone simpatico esperto di armi e Patricia, la moglie di Otis.
C’è un granaio, e esattamente come la stanza di Barbablù, non si può aprire, perché Hershel lo pone come condizione tassativa. Hershel è un brav’uomo, il prototipo del repubblicano metodista di estrazione rurale: solidi principi e intransigenza coniugati con una accoglienza franca, disponibile... ma a tempo. E sul patio di casa, ogni mattina, issa la star ‘n stripes con americana commozione.


Ora: cosa c’è nel granaio, dove nessuno, per diktaat di Hershel può entrare?
Prima di rispondere, parliamo della seconda cosa che succede.
Succede che in una tappa di trasferimento di questo eterno girovagare senza speranza, il gruppo rimane in panne sull’autostrada perché si brucia il radiatore di un camper. Sophia, la bambina del gruppo, si addentra nel bosco da sola, e sparisce. Disperazione della madre, costernazione degli altri componenti del gruppo, ricerche frenetiche, uno dei cui effetti collaterali è la scoperta della fattoria di Hershel. Ma della bambina nessuna traccia, tanto che nella testa e nel cuore di tutti si è ormai fatta strada l’idea che sia perduta per sempre, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo a voce alta.
Torniamo alla domanda di cui sopra. Cosa c’è nel granaio?

Zombie, ci sono. 
Che altro può esserci. Zombie, che altro non sono che la moglie di Hershel, i suoi amici, e i suoi conoscenti colpiti dal morbo. E che Hershel si rifiuta di considerare delle bestie, degli alieni, degli abomini da sterminare: quell’orrore ringhiante è pur sempre sua moglie.   
E in aggiunta, l’uomo di fede non può rassegnarsi all’idea che l’anima immortale si sia dispersa così:
“Gesù Cristo ha promesso la resurrezione dei morti, ma io pensavo che avesse in mente qualcosa di leggermente diverso”
E in ogni caso, visto che quelle nel granaio sono solo persone malate, Hershel non vuole sentire ragioni: le terrà là dentro finché non si troverà una cura, e non se ne parla di farle fuori.


E invece Rick, uomo di cultura accogliente e aperta all’inizio della serie - liberal, mi scapperebbe di dire – che proprio sul tema del confine tra etica e difesa del gruppo si è spesso scontrato con Shane, sostenitore invece di un macchiavellico e quasi nietszchano “la salvezza del gruppo al di sopra di qualsiasi considerazione morale” decide che il gruppo ha bisogno di un segnale forte, che dimostri che anche per lui la loro sopravvivenza sta in testa alle priorità.

Rick lo fa anche perché sua moglie, Lori, sta per dare alla luce un figlio e si chiede se ne valga la pena, in un mondo in cui zombie senza cervello irreggimentati in eserciti affamati di carne umana si aggirano indisturbati, e in cui Dio sembra essersi voltato di là.
Rick lo fa per dire a tutti che la loro solidarietà e la loro unità saranno più forti di ogni minaccia e di ogni ondata plebiscitaria di zombies che li attacchi. 
E di più, sposando una certezza sulla quale è stata fondata l’America, lo fa perché “L’unico zombie buono è uno zombie morto.”
E non stiamo a guardare il capello sul fatto che loro, gli zombie, morti lo sono già.


E quindi, Rick apre la porta del granaio e spara. E gli altri si uniscono a lui, facendo fuori gli zombie ad uno ad uno. Una carneficina. Una pulizia etnica. Già, ma per la maggiore motivazione della salvezza della razza umana. 

Fino a che dal granaio, per ultima, esce Sophia, trasformata in zombie pure lei.


E Rick spara, perché ormai il confine è chiaro. D'accordo, quelli di prima erano la moglie e gli amici di Hershel, ma prima. Ora sono nemici. E lo è anche Sophia, anche se gli spezza il cuore ucciderla. Ma ormai il confine è tracciato. 

Io e i miei di qui da questa parte della barricata, tutti gli altri di là. Qualsiasi esitazione, qualsiasi eccezione etica potrebbe essere letale per qualcuno dei miei. Quindi, non esiste più.

E così abbiamo seguito passo per passo, il periplo di un liberal che finisce per dire che la democrazia è finita, e che consacra questa affermazione sterminando gli zombie.
Che diciamocelo, non stanno tanto simpatici neppure a me, e non solo come metafora di quel che rappresentano. 

Il problema, come spesso in questi casi mi pare di semplice definizione. Tutto bene, purché si sia capaci di transfert. 


Avendo scritto un noir, ho imparato il valore catartico degli omicidi commessi sulla carta stampata, e, mutatis mutandis, credo che la catarsi nella fiction non sia poi così diversa.

Come dire: lungi da me invocare omicidi o stermini di massa, non scherziamo. Ma The walking dead, a questo punto mi pare indubitabile, ha un tema sotterraneo preciso: una democrazia che è morta affogata dal suo stesso principio di maggioranza numerica, oramai del tutto insignificante, quando le lobbies controllano l’informazione e i mezzi di comunicazione e spesso e volentieri falsificano in modo spudorato la verità e i meccanismi rappresentativi. In metafora, ca va sans dire. Però la battuta di Rick è illuminante. E se volete, lo slogan di lancio della terza stagione lo è ancor di più:

Quando muore la speranza, quando scompare la pietà, quando finisce la fede c'è solo un modo per sopravvivere: combattere i morti, e difendersi dai vivi.



Difendersi dai vivi.
The walking dead parla di questo. Di sparuti mazzetti di umani, meschini, litigiosi, corrosi dal potere perfino se questo potere si esercita su un numero di membri che si conta sulla punta delle dita, ma pur sempre umani, imperfetti ma vivi perché speranti, che combattono una guerra senza quartiere contro un’orda ributtante che sta prendendo il possesso della terra.



Stiamo parlando per metafore, questo è ovvio, e ce lo concede la zona franca della fiction dove con l'immaginazione possiamo essere astronauti o gangster, antichi romani o uomini del 40 secolo. Però...

Però guardateli bene, questi zombie, non vi sembrano familiari?
Sono infarciti luoghi comuni, forse lanciati da qualche sedicente opinionista al soldo di qualcuno, chissà, sedicenti giornalisti al soldo di un potente, che sia una banca, un miliardario corrotto o una lobby di autoproclamati amici del popolo. 
Ripetono slogan a memoria, non si confrontano ma si schierano,  perché per confrontarsi bisogna pensare, per schierarsi basta semplicemente tifare. Fanno valere il peso del numero e non quello delle idee. Hanno arroganza, supponenza, pressapochismo da vendere. 
E anche per questo odiano la cultura. 


Davvero a voi non è mai capitato di incontrarli? A me, sinceramente, pare proprio di sì. 
Sono gente comune, come me e voi, Imbottita di mezze verità o menzogne intere raccontate dai padroni dell'informazione e dai maghi del consenso. O dalle censure preventive del nuovo ordine mondiale.

E mi pare di ricordare che mormoravano, come giaculatorie, mezze frasi imparate a memoria che avevano ascoltato in tv. 

Almeno, a me è parso di sentirlo chiaramente.
Qualche altra volta, invece, tra loro c'ero anch'io. Per fortuna, non sempre, ma qualche volta c'ero.

E ho cantato in coro, mentre tutti insieme sbranavamo allegramente qualcuno, che aveva la sola colpa di essere diverso.