domenica 14 giugno 2015

A CERTE ALTEZZE. UNA SALITA A STRADAROLO.








Arrivando, mi arrampico sulla rampa che dal fondo valle porta a Zagarolo, arroccata lassù in cima, con una punta di fiatone. Ma ormai ho imparato a fare pace con gli affanni del cuore. Passi corti, frequenti, e si va su.
Il paese è pieno di gente, uno strano miscuglio tra la sagra, la festa paesana, l’eccitazione che precede l’happening, il concerto rock. Si va in giro per il corso e ci si saluta come ad un compleanno, ci si conosce in molti, in fondo siamo a casa di un amico. A festeggiare un amico.
Banchetti di vino dei castelli, artisti di strada da ogni parte, mi arrivano note di stornello e stralci di California, e un camion di quelli da dopoguerra carico di magliette.



Vedo per primo Duccio Pasqua, che mi chiama da lontano e mi sfotte per la mia maglietta dai colori dell’arcobaleno dedicata a Jimi Hendrix. Lui indossa la maglia verde di Stradarolo e fa comunque la sua figura, e così mi viene in mente di guardarmi intorno e sì, le magliette della gente raccontano qualcosa. Tanti salvadanai, qualche scritta UN'IDEA CHE NON PUOI FERMARE.
E poi molto altro, in una sorta di Olimpo del rock.  Oltre al Jimi Hendrix che porto stampato sulla maglietta vedo una Patty Smith, un paio di Pink Floyd, AC/DC, Bob Dylan. Una signora coi capelli bianchi si aggira con Neil Young sul petto. Mi direte, che le cose non si misurano col numero di rockstar sulle magliette. E' vero. Ma è come se, ho pensato, questa mattina qualcuno si fosse detto vestendosi che sarebbe bello dirlo a tutti, che nel suo cuore, fin dalle radici più profonde, porta qualcosa di diverso. Un desiderio, diverso. Un sogno, diverso. E che quel sogno è stato suonato su note, diverse.
Ma contemporaneamente, c'è anche tanta gente che non ha nomi e facce stampate sulla maglietta, e che percepisce però un’aria diversa, un clima, e si aggira curiosa.
E poi si arriva alla piazzetta. E’ piccola, il palco è cinque sei metri per tre, la platea è gente seduta sul pavè, e le facce sono facce di amici, in mezzo alla gente. Sulle magliette, delle splendide parole scritte da Francesco di Giacomo per Stradarolo 1999.

A certe altezze, si fanno più leggibili, le parti fisiche, di una terra, sempre più gnoma, boccia, pallino, punto puntino, punto, appunto.
      A certe altezze, braccia e gambe, e seni e ventrame sparpagliato, alterni a tessuti muscolari, viadotti e vialetti, terminali nervosi e l’intestino enorme. Autostrade, strade, autosentieri, colline e montagne e mo’ basta! Nella somma di puzze e odori celestrini da piastrellaio, quel cielo a noi così poco riverito, come un grande cesso pubblico.
      A certe altezze una serie di sussurri e sospiri, di grida e di dolcezze, di impressioni basse e bestemmie sante.  Su tutte il pensiero veloce di un bambino che scrive col dito per aria: “ pallone, palla, boccia, pallino, punto, puntino: voglio venire anch’io”.
      A certe altezze non si deve mai dire maestà. I re sono così lontani, a certe altezze.

Ai piedi del palco c’è Antonella, la moglie di Francesco. E’ lei, assieme ad Andrea Satta e ai Tetes de Bois, che ha voluto questa due giorni, ed ora che è realtà se la gode proprio; si guarda attorno, una via di mezzo tra controllare che vada tutto bene e godersi il colpo d’occhio: ed è bella e raggiante. 


Vedo Vittorio Nocenzi, Patrizio Fariselli, Edoardo de Angelis, vedo Filippo Marcheggiani, Tiziano Ricci, Timisorara Pinto, Paolo Sentinelli, Ambrogio Sparagna… C’è Alessandro Sgritta, e John Vignola, e Maria Cristina Zoppa, ed Elisabetta Malantrucco. E domani ci saranno Gianni Nocenzi, Alessandro Papotto, Franz di Cioccio, ci sarà Toni Carnevale… Ognuno scrive una dedica su un manifesto di Stradarolo, e lo stende, letteralmente lo stende ad un filo da bucato tra i tanti tesi tra i vicoli e di traverso sulla piazza.
Sul mio scrivo: “Sulla luna, assieme ad Astolfo, per te”. E mentre lo scrivo, mi viene un brivido perché so che non sarò mai capace di eguagliare Francesco e la sua capacità di scrivere parole che arrivino in fondo all’anima. 

Ma lo voglio fare lo stesso, questo Orlando, e sono grato a Vittorio che ha fiducia in me.




Ad un certo punto, viene notte, ed è quasi il mio turno. E mi sale l’ansia. In scaletta sono subito dopo Vittorio Nocenzi, che suona assieme a Nico di Già e inizia con una inaspettata “Please don’t let me be misunderstood”, per passare al “Giardino del mago” e ad “Emiliano”, e chiude dedicando a Francesco una sola parola: UTOPIA. E poi Patrizio Fariselli, che apre i suoi 15 minuti con “Luglio agosto settembre nero”.
"Mi sono reso conto che oggi, 13 Giugno, è anche l'anniversario della morte di Demetrio. Per dire." Dice Patrizio, e sono subito brividi.


E io dovrei salire sul palco terzo tra cotanto senno, addirittura in mezzo? Per continuare a scomodare Dante, c’è di che far tremar le vene e i polsi.
Di colpo, mi rendo conto che è proprio vero: sono solo un fan fortunato. 



Per questo sono qui. Preparo i miei filmati, i miei file audio, parlo col fonico di palco, appollaiato sullo stipite di una porta in mezzo alla gente, e poi mi dico che ormai lo so, come si scende a patti con gli affanni del cuore.
Passi corti, frequenti, e si va su.
Tre gradini, e sono sul palco.
E questo è quel che so raccontare a tutti quelli che mi ascoltano. Lo ricopio di seguito:

Sono solo un fan fortunato. Per questo sono qui. Perché diciamocelo, non a tutti i fan è capitata la fortuna di conoscere i musicisti che hanno significato tutto quando avevi quattordici anni, e, quindi, per sempre. Stavo per dire “di conoscere i propri miti”, ma so che Francesco mi avrebbe riso in faccia. A maggior ragione
sono fortunato, perchè non a tutti i fans è capitato di frequentarli, i suoi... insomma, i musicisti che sono stati importanti per loro. Ecco, questo posso raccontare, stasera. Io ho conosciuto Francesco, e Vittorio, e Rudi, ho immaginato cose belle assieme a loro, e con loro ho realizzato cose di cui sono fiero.
Tolleratemi, sono un fan, e a volte mi lancio in affermazioni spudorate.
Una, senza ombra di dubbio, è questa: se non fosse esistito il Banco del Mutuo Soccorso, sarei una persona diversa. E negli anni, per un regalo degli dei che proteggono i pazzi, i sognatori, gli scapestrati, o semplicemente fanno in modo che prima o poi tutti questi si incontrino, per me Banco del Mutuo Soccorso ha significato anche dei nomi, dei volti, una storia condivisa.
Dei compagni di viaggio, degli amici.

Tutto inizia con me seduto nello studio di un discografico “Puoi passare? C’è un lavoro da mettere in piedi…”. Non mi aveva avvertito che doveva arrivare qualcuno, non so perché, forse solo per distrazione. E così, quando si apre la porta della sala riunioni e li vedo entrare, Francesco di Giacomo e Vittorio Nocenzi, mi pare fosse il 1988, balzo in piedi, sull'attenti come un soldatino a molla. E faccio immediatamente conoscenza con l’ironia tagliente di Francesco: “Riposo, riposo”
Ma c’era poco da riposarsi, ero emozionato come una debuttante al ballo. Capitemi, ero un fan, un giovincello di belle speranze, e loro un monumento, un totem della musica non solo italiana, e in quel pomeriggio di tanti anni fa si erano materializzati sulla porta senza avvertirmi. Portando con sé, immediati, un milione di flashback.
La mia fantasiosa versione dell’arpeggio di “Non mi rompete”, che si ostinava ad assomigliare a Blowin’ in the wind, e a giorni alterni alla Pulce d’acqua. Il registratore a cassette nascosto sotto il cuscino per ascoltare Darwin, il mio primo album del Banco. Sì, ho iniziato a conoscere la loro musica da metà della trilogia: alla rinfusa. Darwin, Salvadanaio, Io sono nato Libero. Di Darwin ricordo perfettamente il primo brano dell'album: La danza dei grandi rettili.
Lo so, ci sono alcuni che sostengono che il primo pezzo fosse l’Evoluzione. Ma per esperienza personale ed empirica, il primo pezzo è la Danza dei grandi rettili. Nella versione in cassetta infatti, per qualche imperscrutabile motivo, "La danza dei grandi Rettili" era per metà in coda al lato A, e metà in testa al lato B. Forse per bilanciare le facciate.
Quindi, la mia avventura col Banco iniziò col lato B di Darwin, e con la seconda parte della Danza. E ben presto venne il primo concerto, al teatro Monteverdi di La Spezia, assieme al mio vecchio amico di giorni e pensieri, il Professor (lo sfotto, ma professore lo è davvero) Roberto Danese, col polimoog di Vittorio che scalava il cielo, Gianni e il suoi foulard a fiori e la voce di Francesco che la sentivi nella pancia.
Ed ora erano lì, seduti al tavolo da riunione del mio amico discografico, barba e tutto, ed io stavo pensando che sarebbe stato bello, in un impietoso flash back - impietoso già allora, era il 1988, figuriamoci oggi - tornare indietro al 1974 e dirglielo, a quel ragazzino seduto in prima fila.
Di quel lavoro, il video di “E domani”, tratto dall’album solo di Francesco, “Non mettere le dita nel naso, non si fece nulla. Ma sentite qui.
Mi arriva inaspettata, un paio di mesi dopo, la telefonata di Francesco.
“A me e Vittorio il soggetto era piaciuto, ma sai com’è, non sempre in discografia decide l’artista.” Avrei imparato a conoscere queste sue disincantate descrizioni dello show business… “Ma volevo dirti anche che prima o poi lavoreremo assieme.”
Così, dritto per dritto. Con una semplicità che in fondo era la sua forza. 
E soprattutto, era tutto vero. Passarono quasi due anni da quella telefonata, ma ci ritrovammo sul set di “Hey Joe”, la bellissima cover di Hendrix arrangiata da Vittorio e cantata da Francesco assieme al Soul Man Sam Moore. Il video fu Premio Europa Cinema 1990 per la miglior videoclip europea, ed il regista ero io. Eccola qui.

HEY JOE


Da allora ho fatto un sacco di cose, con Francesco e col Banco, due album, due video, un home video, tanti sogni e progetti. Qualcuno che non si è realizzato. Qualche altro che non si è realizzato ancora, ma lo realizzeremo, anche per lui, facendo volare l’Ippogrifo sulla luna, alla ricerca del senno di Orlando.



Ad un certo punto io e Rodolfo ci imbarchiamo in un’impresa da matti, come praticamente tutte quelle che ho vissuto insieme al Banco. Avevo scritto un testo teatrale su Luigi Tenco, ed avevo chiesto a Rudi di musicarlo. Lavorammo in studio un mesetto, con Pierluigi Calderoni e Paolo Sentinelli, e si favoleggiava che un brano lo avrebbe cantato Francesco, ma Francesco non si vedeva. E i giorni passavano. E come nelle migliori favole, Francesco arrivò l’ultimo giorno, quando ormai i turni di studio erano agli sgoccioli. Ma che fai, ti perdi l’occasione di averlo nel lavoro?
“Spiegame bene.”
“Sì, ok, Francesco, allora ho scritto questo testo perché volevo esprimere…”
“Anzi, nun spiegarme gnente. Cantamo.”
E’ venuto fuori questo.

LONTANO LONTANO

Francesco. Che voglia, e che curiosità per il mondo, per tutte le sue forme. Mi chiedeva notizie dei programmi tv. Mi faceva domande sul mondo del cinema, lui che aveva lavorato con Fellini. Aveva una voracità di capire le cose, di conoscerle, che faceva curioso pendant con la sua paciosa pigrizia, che forse era solo saggezza.
Mi metteva una soggezione inspiegabile, che non sono mai riuscito a vincere. Forse era la sua ironia, che però è sempre stata bonaria e accogliente. Forse è semplicemente che non sono mai riuscito del tutto a tirarlo giù da quel piedistallo sul quale lo avevo issato a 14 anni.
Lo stesso piedistallo che abbiamo voluto riproporre in copertina dell’home video, quello di una vecchia copertina degli anni ’70. Ci venne l’idea mentre eravamo in teatro, e lo scarpone di allora non c’era più. Allora abbiamo acchiappato Toni Carnevale, che per fortuna porta il 46, e gli abbiamo levato le scarpe.
Però, se dicessi che mi sono imbarcato nella regia dell’unico film concerto del Banco a cuor leggero, direi una bugia. C’era sempre da fare i conti col ragazzino, quello là, quello del concerto del 1974 che non riusciva a dimenticare.
"750.000 anni fa l'amore", in particolare, era un monumento, e mi arrovellavo alla ricerca di un’idea. Vittorio aveva una visione quasi sacrale di quel pezzo. Francesco pure, secondo me. Ma, come sempre, sparigliava. Insisteva per un flash improvviso che rompesse l’atmosfera, che facesse da antidoto alla retorica, che come sempre lo terrorizzava. Avevamo immaginato una situazione raccolta, silenziosa, nella quale all'improvviso emergesse, violenta e ferina, l'immagine della femmina. Girammo con una attrice una specie di femmina primitiva mentre si sporcava la faccia col carbone, con l’atteggiamento lontano che spesso hanno le donne quando si truccano, e che improvvisamente si voltava verso la telecamera e ringhiava, come una scimmia.  Aveva ragione Francesco, era un bel pugno nello stomaco.
Pensai che per contrasto l'ideale era girare l’esecuzione del pezzo nel teatro vuoto, con tutto quell'eco metafisico, fuori dal tempo, che un teatro vuoto porta con sé. Pianoforte, voce, e nient’altro.
E più ancora che la splendida interpretazione di Francesco Di Giacomo e la sapienza pianistica di Vittorio Nocenzi, di quel momento mi torna in mente il silenzio che era piombato sulla sala alla fine della registrazione. Per capirci. In teatro c'erano solamente i tecnici, elettricisti, attrezzisti, gente abituata a scaricare imperturbabile, anche che scendesse dal cielo Jim Morrison coronato di fulmini ad annunciare che sta iniziando l'era dell'Acquario. Gente che tutto ha visto e non si emoziona di fronte a nulla. Eppure, alla fine di quell'esecuzione, calò sul Palladium  un silenzio che ancora mi rimbomba nelle orecchie. 




Se ne dovette accorgere anche Francesco, che come dicevamo era refrattario ai momenti troppo eterei ed applicava una sorta di contrappasso ironico. Se ne dovette accorgere perché afferrò un tramezzino dal vassoio del catering e, con la solita verve iconoclasta, commentò: "Semo la vera produzione proletaria Tizià. Il lucidalabbra lo famo co' l'olio di tonno..."

Io non ero in sala, in quel momento, perché  avevo voluto essere lasciato solo nel pullman regia, come soli, sul palco, erano Francesco e Vittorio.  Ma là dentro, liberato dal ruolo di regista e dalla timidezza, diedi campo libero al ragazzino, quello là del concerto del ’74 e cantai a squarciagola, all'unisono con Francesco, per l'intero pezzo.
Magari meno bene, ma, ve lo giuro, con lo stesso cuore.

750.000 ANNI FA…L’AMORE?


Mentre parlo guardo giù, venti centimetri sotto, e vedo facce che sorridono e che annuiscono. Mi colpisce lo sguardo commosso di Filippo Marcheggiani, seduto sotto il palco. E penso a quante volte siamo stati a ruoli ribaltati. Lui sul palco a suonare, ed io, il fan, sotto. A poco a poco l’ansia passa, e lascia il posto ad una sensazione bella, di quelle che vorresti provare più spesso, nella vita: quella di avere qualcosa in comune con quella gente lì intorno, e, voi lo capite, questo non è mica poco.


In un paio di momenti sono sul punto di commuovermi, e allora cerco gli occhi di Antonella, che sta proprio a fianco al palco, e lei mi sorride.
E come sia, come non sia, arrivo in fondo.
E scendo, mi gira un po’ la testa.

A certe altezze, si sa, l’aria è più fine.



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